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Community management, le regole: vol. 8

Se dai voce alla community, sii preparato.
Preparato sia alle cose belle, che a quelle poco piacevoli.
Ma soprattutto sii preparato a non essere mai preparato (abbastanza).

In modo piuttosto realistico, si pensa spesso che le persone si muovano, si parlino, si confrontino, si esprimano in modo del tutto libero e che non si possa mai indovinare a priori cosa succederà a meno di non mettere loro dei paletti di riferimento che definiscano il loro spazio di manovra (path).
Ma non sempre è così: talvolta le regole sono fatte per essere non tanto violate, quanto rimesse in gioco.

Una leggenda vuole che a Rimini all’interno di un parco (il Parco Alcide Cervi, di cui vi parlerò in futuro, per altri motivi, per ora vediamolo come la nostra community), il sentiero segnato dal piano urbanistico (path) ha subito negli anni una modifica piuttosto sostanziale: le persone che frequentavano il parco, che taglia la città in due, permettendo di muoversi molto velocemente, hanno iniziato a “evitare” il percorso segnato, passando per il prato, in modo da accorciare il percorso da fare (desire path).
Questo ha fatto sì che l’amministrazione del comune (community manager) modificasse il piano urbanistico accettando la scorciatoia (inaspettata al momento della sua stesura) e premiando il comportamento degli utenti.

Avete altri esempi di community manager altrettanto capaci di ascoltare gli utenti e di tornare sui propri passi? :-)

Viaggeremo seduti sul nostro divano di casa?

Il vero motivo del post, quello “serio”, è in fondo. Se volete potete saltare direttamente lì.

Fra tre settimane partiamo: andiamo dall’altra parte del mondo.
Mica facile decidere sto viaggio. Abbiamo dapprima pensato al solito Egitto, poi le vicende politiche e la noia (per noi solito, vuol dire davvero stessa spiaggia, stesso mare, ma anche stesso albergo) ci hanno fatto cambiare idea.
Abbiamo pensato alle Maldive, ma i prezzi e altre considerazioni (legate per lo più al nostro tipo di vacanza ideale) ci hanno fatto desistere. Poi è stata la volta di Mauritius, e infine abbiamo scelto Cuba.
Poi a inizio aprile vi racconterò come è andata, ma nel frattempo vi racconto come, IMHO, si decide e si vive un viaggio dall’altra parte del mondo, ancora prima di partire.

Noi – anche voi, immagino – compriamo i pacchetti direttamente online da un’agenzia viaggi che ci piace molto e che ha prezzi molto concorrenziali (diciamo che non siamo ancora riusciti a trovare – sulle vacanze – prezzi migliori a parità di trattamento, o nella stessa struttura).
La cosa che mi piace molto è che non essendo un motore di ricerca fra decine di opzioni, ma avendo una scelta piuttosto ristretta, ti dà i prezzi subito, in modo veloce, non ti costringe a cliccare duecento opzioni. Al prezzo che indica aggiungi 200 euro, più o meno, talvolta anche meno, per le scese accessorie (assicurazione, visti, carburante) e ci sei: bum, il totale. Nessuna sorpresa.

Noi per scegliere la struttura fra quelle proposte ci affidiamo a TripAdvisor.
Qui (nei commenti)
le spiegazioni di come Luca studia ogni struttura: “Su Tripadvisor va letto un numero significativo di recensioni e vanno pesate mentalmente, per scartarne i pregiudizi (che di solito si vedono)”.
Facciamo un GoogleDoc con tutte le strutture a disposizione, trattamento, costo, pro, contro, e alla fine: decidiamo.
Noi poi paghiamo. Anche voi, immagino.

Noi poi aspettiamo, e mentre aspettiamo viaggiamo già, facendo tutto quello che prima, prima di Internet intendo, non era possibile fare. O comunque era molto limitato.
Ad esempio…
- scopriamo il sito dell’albergo: nel caso di Cuba, addirittura, esistono photogallery di ogni struttura presente sull’isoletta che abbiamo scelto. Praticamente sappiamo che nella cassaforte ci sta il mio portatile, non ci sta quello di Luca. Che le strutture sono piuttosto spartane, ma pulite. Che soi trovano tutte in un punto dell’isola, lontane dal porto, vicine alla spiaggia, lontane dalle iguane.
- nel caso dell’Egitto avevamo trovato un video di un ospite che del nostro Hilton aveva filmato tutto. In pratica sapevamo non solo che c’erano tre ristoranti, ma anche quale faccia aveva il cameriere di quello dove avremmo fatto colazione.
- studiamo l’aereo che ci porterà a destinazione: un po’ scaramanticamente ne valutiamo le statistiche (di ritardo, ma anche di malfunzionamento), cerchiamo di indovinare se sia meglio stare in centro, in coda, o dove (anche se sappiamo che non decideremo noi).
- quando siamo andati a New York, grazie a Street View, avevo perfettamente in testa dove era il nostro albergo: tanto è vero che siamo usciti dalla metro e via. In tre minuti eravamo già al check in.
- facciamo mappe collaborative (questa NYC, questa Lisbona) con tutti i posti che vorremmo vedere, e quelli che ci consigliano gli amici.

Non abbiamo più bisogno di mappe analogiche, di guide con il bollino blu, di un po’ di (sana) incoscienza, di spirito di avventura perché noi (anche voi, immagino) grazie a Internet sappiamo già tutto.

Andiamo dall’altra parte del mondo, ma anche dietro l’angolo, pagando una certa cifra, ma in quel luogo ci siamo praticamente già stati, sappiamo di che colore è la facciata del nostro hotel, cosa c’è in programmazione al cinema, dove è lo Starbucks più vicino, se portare o meno la chiavetta per connetterci o se c’è il wi-fi in camera, sappiamo quanto dista la farmacia più vicina.
Sappiamo qual è il nostro ombrellone preferito, dove sono i bagni nell’albergo, come sfuggire alle insidie dell’animazione del resort.

E allora, ecco la domanda (o meglio le domande), che faccio più a me che a voi, ma io le risposte mie le so, mi piacerebbe conoscere le vostre.
Siamo davvero noi strani o anche per voi è così?
Siamo noi schiavi di TripAdvisor o lo sono anche quelli “normali” là fuori, quelli con due figli (e questo giustificherebbe l’ossessione dei tour operator)?
Ma se è così, perché noi, ma anche voi, immagino, viaggiamo se possiamo farlo (gratis) stando a casa sul nostro divano ormai sfondato?
E, infine, questa è davvero la Domanda: come comunicherà il turismo in futuro per evitare, appunto, di avere un sacco di viaggiatori online e sempre meno offline? O ho appena svelato il loro nuovo modello di business: sviluppare pacchetti vacanze virtuali da gustarsi direttamente dall’iPad?

Sii preparato. E scopri dov’è l’uscita di sicurezza.

«Come stai?» «Sono un po’ stanca. Questa è una delle settimane peggiori dell’anno per me, da un punto di vista lavorativo». «Ma come, c’è pure il sole! Che succede?». «Ci sono le sfilate». Sipario.

Oggi è venerdì e vi dovrei passare i link più interessanti della settimana. E invece no. Per due motivi.

Primo, la cosa più interessante della settimana è stato (dicono) il Forum della Comunicazione Digitale, che si è svolto a Milano.
Io non ci sono stata (vedi secondo punto), ma mi pare di aver capito che avevano approntato un wall (alle spalle dei relatori) su cui venivano proiettati tutti i tweet postati con un determinato hashtag. A un certo punto ha smesso di funzionare, nessuno dei tweet veniva più mostrato.
Non c’ero, non lo so, non posso dire nulla, però mi sento di mettere giù una delle basi per la prossima regola: se dai voce alla community, sii preparato (che poi è il motto degli scout).
Ma non è questo il punto, il vero punto è questo, e lo posso dire anche io che non c’ero perché il programma della giornata era pubblico, e l’ho letto: i relatori erano praticamente tutti uomini. Fine della storia [*].

Secondo, sono cominciate le sfilate della collezione AI 11/12 e nel contempo c’è Sanremo, c’è stato San Valentino, ci saranno gli Oscar, e molto altro ancora. In pratica, l’armageddon per un sito femminile che ha come motore principale la moda e i VIP.
Ogni anno, due volte all’anno, in pratica l’ansia, la frenesia e il decisionismo diventano i peggiori nemici del luogo in cui lavoro. E quindi anche i più acerrimi migliori amici.
E da qui lo spunto per la prossima regola, impara a gestire l’ansia e pianifica uscite di sicurezza.

Buon weekend.
[*] – pare che invece la Ignite Session sia stata molto interessante e piena di relatrici donne.

Il riepilogo della settimana.

The essence of leadership is being able to see the iceberg before it hits the Titanic [...] I have the feeling that if Lehman Brothers was Lehman Brothers&Sisters, they might be still around.
Arianna Huffington, TED conference, dicembre 2010.

Le notizie impedibili della settimana sono due.
Facile, facile. Una poi è di fresca fresca di oggi, così almeno è roba nuova.

  • AOL ha comprato Huffington.
    A chi interessa? Un po’ a tutti, ma soprattutto a chi si occupa di editoria online. Cioé in definitiva, visti i tempi che corrono: tutti.
    Cosa significa? Significa che Arianna Huffington diventa Editor in Chief di tutti i contenuti di AOL. La signora (60 anni, molto sveglia, ben lontana dal rincoglionirsi, forse anche perché dorme un sacco, cfr. video successivo) è la mente pensante di Huffington Post, colei che l’ha fondato e che l’ha traghettato ad essere un mostro dal valore di 315 milioni di dollari.
    Ma soprattutto significa che diventa la testa di ponte per la strategia editoriale di AOL, che è stata leakata nei giorni scorsi. Leggetela, se vi va, e ditemi cosa ne ppensate. Io delle idee ce le ho, ad esempio so che Huff è un buon esempio per molti editori, e che la sua nuova strategia può facilmente essere equivocata, non tanto appunto da chi ci lavora, ma da chi lo prende come esempio.
    Parliamone. Se vi va. I commenti sono più sotto. Lo sapete, vero?

  • Facebook cambia l’interfaccia delle fanpage.
    Le novità prevedono, fra le altre cose, i feed RSS degli aggiornamenti, nuova interfaccia, commenti a nome del brand, notifiche via mail delle intertazioni.
    Le novità, in modo molto concreto, non cambiano molto la gestione delle pagine e l’interfaccia si allinea con quella dei profili, promuovendo quelli che usano molto le foto.
    Da un punto di vista più ampio, le osservazioni di Gianluca Diegoli su chi è “davvero” al centro dell’evoluzione delle pagine (secondo Gianluca l’utente, non il brand) è interessante e da approfondire.
    Capitano, su FriendFeeed, invece, teme lo spamming/seeding dei brand sugli altrui wall: i brand, infatti, potranno commentare, e quindi, volendo, promuovere le proprie attività. Vi fa paura questa possibilità? La vendereste a un cliente?

Cosa dice il vostro indirizzo mail, di voi?

Molto.
Anche troppo. E questo non è molto legato a cosa fate nella vita, ma proprio a chi siete. E mentre lo dico indosso un cilicio Lanvin della collezione Autunno Inverno, perché anche il mio indirizzo mail è stato per molto tempo un brutto biglietto da visita per me.

Innanzitutto, partiamo dalle basi: due concetti semplici, semplici.

  • Se avete più di 20 anni e state iniziando a lavorare in un ambito che prevede molti contatti e molte mail, scegliete un account che dica chi siete nome.cognome@ o se preferite nomecognome@. Se volete fare “nasconderello” potete tranquillamente essere babyfoxy, ilnomedelmioblog, pallina72. Ma non mettetelo sui biglietti da visita, suvvia.
    E adesso confesso: per anni ho avuto un indirizzo tipo pallina72, per me era comodo e non volevo mettere in piazza i fatti miei. Poi sono rinsavita. Adesso uso quell’indirizzo per newsletter e form e ho fatto un redirect su quello che uso normalmente. Poi ci si fa un lavoro certosino di label e filtri e via. Passa la paura.
  • Per il servizio di mail, vi rimando qui: dice tutto. Io uso Gmail per il semplice motivo che è semplice, la trovo ovunque e – ma questo solo da poco – avendo un HTC, con Android ci va d’amore e d’accordo.
  • UPDATE – Spesso l’indirizzo di posta vi serve per iscrivervi a servizi di istant messaging, magari sul lavoro: “Com’è il tuo indirizzo su MSN[*]?” “puzzolaoperosa@hotmail.com”. Ecco, serve dire altro? Di peggio, solo ozzylover e puffettina79.
    [*] – per quanto triste o incomprensibile ai più molte aziende usano MSN come sistema di IM. Può piacere o non piacere, ma tant’è.

La moda dell’infografica.

Io contro le infografiche non ho nulla, anzi mi piacciono pure.
Però mi pare che ormai se ne faccia una un po’ per qualsiasi cosa. Sia chiaro io non sono una guru dell’infografica, eh.

Ma mi sembra piuttosto inutile una cosa come questa:

…che infograficamente non dice niente di più di ciò che poteva essere infilato in un elenco puntato e in un eventuale grafico (con peso specifico Zero) a istogrammi.

Ma a voi non pare che questa osservazione valga anche per la maggior parte delle infografiche che vanno tanto di moda adesso?
Le infografiche non dovrebbero servire a rendere intelleggibili (e/o comparabili) dati con diversi sistemi di misura o di diversa natura?
Idee? Opinioni? Insulti? Link a infografiche davvero fighe?

(l’infografica è tratta da OnlineSchools.org, ed è stata ripubblicata da Mashable.com)