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dissertauro

Vuoi attirare l’attenzione? Chiedimi come.

Ieri sera tornavo a casa un po’ stanca e un po’ sovrappensiero. Quando mi capita di essere così, mi piace camminare. Sono scesa a una fermata prima della metropolitana e ho percorso il vialone che mi porta a casa, un po’ rimuginando, un po’ facendo piani A, un po’ rivalutando piani B.
A un certo punto mi sono trovata a un incrocio a dare (in contemporanea)  la precedenza a un passeggino, far passare dei bambini che correvano e a evitare la furia di una signora che stava attraversando di fretta.
Mentre mi voltavo per far spazio a tutti, il mio occhio è caduto sulla spilla mimetizzata sulla maglietta a righe di una ragazza sudamericana: Vuoi perdere peso? Chiedimi come.
Non devo – credo – stare qui a spiegarvi di chi sia l’iniziativa ed è lontanissimo da me il pensiero di propinarvi i prodotti in questione.
Quello che so è che – però – quella pin (tecnologia 0.1 a un costo bassissimo, ormai superata e arcaica) ha superato qualsiasi ostacolo visivo e di attenzione (ero in mezzo a un incrocio, stavo cercando di non sbattere contro nessuno e il mio principale obiettivo era che nessuna macchian sbattesse contro me).
Altro che banner blindness.

Questo l’ho scritto io.

Ognio tanto mi capita di scrivere per Girl Geek Life: l’ho fatto anche oggi.

Innanzitutto, partiamo dalle basi: cosa significa trasferire un blog?
Significa che procedete al trasloco del nostro blog da un servizio di hosting (per esempio, Aruba o Dreamhost) a un altro.
Questo potrebbe accadere per svariati motivi: per un’offerta migliore, per una mancanza nel servizio, per un’opportunità. Resta il fatto che tutti, più o meno, un giorno decidono di cambiare hosting, domani potrebbe capitare a voi.
Avendo aperto il mio primo blog nel 2002 e non avendone (quasi) mai perso tracce in Rete, nonostante il cambio di almeno 4 hosting, mi posso considerare se non proprio un’esperta di trasferimento dei blog, quanto meno una che ci ha provato, sbagliando molto, ma anche con discreti successi.

La vera (e completa) spiegazione di come fare è opera (massima) di Andrea Beggi, che ne ha parlato all’ultimo WordCamp di Milano, con dovizia di particolari. Io mi limito solo a darvi due o tre dritte dettate dal buon senso, che vi suggerisco di tenere a mente. Per i tecnicismi vi rimando alla presentazione di Andrea (che trovate in fondo al post)!

[continua qui]

Il blog questo (defunto?) sconosciuto.

In modo del tutto inaspettato in giro di tre giorni mi trovo a dover spiegare come progettare un blog personale a ben 4 amici: una coppia di 40enni magari non proprio computer addicted, ma insomma nemmeno dei fresconi, un ragazzo di 25 anni che si occupa di illustrazioni e “grafica tradizionale” e una ragazza di 19 che “per me esiste solo Facebook, questo lo faccio perché devo”.
Mi viene il dubbio che il blog non sia del tutto morto, ma che sia stato solo dimenticato.
Forse è per questo che magari nei prossimi tempi ve ne parlerò un po’ di più, un po’ più spesso.
Non tanto da un punto di vista tecnico (per quello, il vero guru è lui), quanto dal punto di vista di progettazione, facilitazione e soluzione.
Che ne dite?

L’unico vero “nofollow”.

Un mese fa ho avuto il piacere di assistere a una lezione del professor Maurizio Ferraris (docente di di Filosofia Teoretica a Torino) durante la quale ha ricordato che una cosa esiste solo se e fino a quando è documentata: “se non ci sono scritture/memoria, non è esistito“.

Questo significa – fra le altre cose – un sacco di cose fra cui il fatto che il mercato di sistemi di memoria ausiliare sia attualmente fiorentissimo, proprio per sedare il bisogno di sapere di esistere delle persone e colmare il gap fra memoria disponibile (il nostro cervello) e memoria necessaria.

Ancora prima della puntata di ieri di Report
, dirne di ogni sulla Rete, la privacy, i dati, i profili, la libera espressione delle idee era piuttosto di moda. Il diritto all’oblio, la cache di Google, “everything is forwardable” sono concetti forse difficili da spiegare ma che spesso diventano facili da subire.

Quindi fatevi dire una cosa semplice semplice: se volete scrivere da qualche parte una cosa e poi essere certi che non ne restino tracce, date retta a Ferraris: scrivetelo sulla spiaggia battuta dalle onde.
Spariranno arrese alla placida e inattaccabile indifferenza della natura, contro la quale nemmeno Google può fare qualcosa.
Certo… a meno che non passi il satellite di Google Maps proprio lì, proprio in quel preciso momento… ma allora quella è sfiga, però! :-)

Se vi piace l’idea comunque, guardatevi questo filmato tratto da una delle lezioni di Ferraris, merita davvero.

Community management, le regole: vol. 8

Se dai voce alla community, sii preparato.
Preparato sia alle cose belle, che a quelle poco piacevoli.
Ma soprattutto sii preparato a non essere mai preparato (abbastanza).

In modo piuttosto realistico, si pensa spesso che le persone si muovano, si parlino, si confrontino, si esprimano in modo del tutto libero e che non si possa mai indovinare a priori cosa succederà a meno di non mettere loro dei paletti di riferimento che definiscano il loro spazio di manovra (path).
Ma non sempre è così: talvolta le regole sono fatte per essere non tanto violate, quanto rimesse in gioco.

Una leggenda vuole che a Rimini all’interno di un parco (il Parco Alcide Cervi, di cui vi parlerò in futuro, per altri motivi, per ora vediamolo come la nostra community), il sentiero segnato dal piano urbanistico (path) ha subito negli anni una modifica piuttosto sostanziale: le persone che frequentavano il parco, che taglia la città in due, permettendo di muoversi molto velocemente, hanno iniziato a “evitare” il percorso segnato, passando per il prato, in modo da accorciare il percorso da fare (desire path).
Questo ha fatto sì che l’amministrazione del comune (community manager) modificasse il piano urbanistico accettando la scorciatoia (inaspettata al momento della sua stesura) e premiando il comportamento degli utenti.

Avete altri esempi di community manager altrettanto capaci di ascoltare gli utenti e di tornare sui propri passi? :-)

Viaggeremo seduti sul nostro divano di casa?

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Il vero motivo del post, quello “serio”, è in fondo. Se volete potete saltare direttamente lì.

Fra tre settimane partiamo: andiamo dall’altra parte del mondo.
Mica facile decidere sto viaggio. Abbiamo dapprima pensato al solito Egitto, poi le vicende politiche e la noia (per noi solito, vuol dire davvero stessa spiaggia, stesso mare, ma anche stesso albergo) ci hanno fatto cambiare idea.
Abbiamo pensato alle Maldive, ma i prezzi e altre considerazioni (legate per lo più al nostro tipo di vacanza ideale) ci hanno fatto desistere. Poi è stata la volta di Mauritius, e infine abbiamo scelto Cuba.
Poi a inizio aprile vi racconterò come è andata, ma nel frattempo vi racconto come, IMHO, si decide e si vive un viaggio dall’altra parte del mondo, ancora prima di partire.

Noi – anche voi, immagino – compriamo i pacchetti direttamente online da un’agenzia viaggi che ci piace molto e che ha prezzi molto concorrenziali (diciamo che non siamo ancora riusciti a trovare – sulle vacanze – prezzi migliori a parità di trattamento, o nella stessa struttura).
La cosa che mi piace molto è che non essendo un motore di ricerca fra decine di opzioni, ma avendo una scelta piuttosto ristretta, ti dà i prezzi subito, in modo veloce, non ti costringe a cliccare duecento opzioni. Al prezzo che indica aggiungi 200 euro, più o meno, talvolta anche meno, per le scese accessorie (assicurazione, visti, carburante) e ci sei: bum, il totale. Nessuna sorpresa.

Noi per scegliere la struttura fra quelle proposte ci affidiamo a TripAdvisor.
Qui (nei commenti)
le spiegazioni di come Luca studia ogni struttura: “Su Tripadvisor va letto un numero significativo di recensioni e vanno pesate mentalmente, per scartarne i pregiudizi (che di solito si vedono)”.
Facciamo un GoogleDoc con tutte le strutture a disposizione, trattamento, costo, pro, contro, e alla fine: decidiamo.
Noi poi paghiamo. Anche voi, immagino.

Noi poi aspettiamo, e mentre aspettiamo viaggiamo già, facendo tutto quello che prima, prima di Internet intendo, non era possibile fare. O comunque era molto limitato.
Ad esempio…
- scopriamo il sito dell’albergo: nel caso di Cuba, addirittura, esistono photogallery di ogni struttura presente sull’isoletta che abbiamo scelto. Praticamente sappiamo che nella cassaforte ci sta il mio portatile, non ci sta quello di Luca. Che le strutture sono piuttosto spartane, ma pulite. Che soi trovano tutte in un punto dell’isola, lontane dal porto, vicine alla spiaggia, lontane dalle iguane.
- nel caso dell’Egitto avevamo trovato un video di un ospite che del nostro Hilton aveva filmato tutto. In pratica sapevamo non solo che c’erano tre ristoranti, ma anche quale faccia aveva il cameriere di quello dove avremmo fatto colazione.
- studiamo l’aereo che ci porterà a destinazione: un po’ scaramanticamente ne valutiamo le statistiche (di ritardo, ma anche di malfunzionamento), cerchiamo di indovinare se sia meglio stare in centro, in coda, o dove (anche se sappiamo che non decideremo noi).
- quando siamo andati a New York, grazie a Street View, avevo perfettamente in testa dove era il nostro albergo: tanto è vero che siamo usciti dalla metro e via. In tre minuti eravamo già al check in.
- facciamo mappe collaborative (questa NYC, questa Lisbona) con tutti i posti che vorremmo vedere, e quelli che ci consigliano gli amici.

Non abbiamo più bisogno di mappe analogiche, di guide con il bollino blu, di un po’ di (sana) incoscienza, di spirito di avventura perché noi (anche voi, immagino) grazie a Internet sappiamo già tutto.

Andiamo dall’altra parte del mondo, ma anche dietro l’angolo, pagando una certa cifra, ma in quel luogo ci siamo praticamente già stati, sappiamo di che colore è la facciata del nostro hotel, cosa c’è in programmazione al cinema, dove è lo Starbucks più vicino, se portare o meno la chiavetta per connetterci o se c’è il wi-fi in camera, sappiamo quanto dista la farmacia più vicina.
Sappiamo qual è il nostro ombrellone preferito, dove sono i bagni nell’albergo, come sfuggire alle insidie dell’animazione del resort.

E allora, ecco la domanda (o meglio le domande), che faccio più a me che a voi, ma io le risposte mie le so, mi piacerebbe conoscere le vostre.
Siamo davvero noi strani o anche per voi è così?
Siamo noi schiavi di TripAdvisor o lo sono anche quelli “normali” là fuori, quelli con due figli (e questo giustificherebbe l’ossessione dei tour operator)?
Ma se è così, perché noi, ma anche voi, immagino, viaggiamo se possiamo farlo (gratis) stando a casa sul nostro divano ormai sfondato?
E, infine, questa è davvero la Domanda: come comunicherà il turismo in futuro per evitare, appunto, di avere un sacco di viaggiatori online e sempre meno offline? O ho appena svelato il loro nuovo modello di business: sviluppare pacchetti vacanze virtuali da gustarsi direttamente dall’iPad?

Notizie dal fronte.

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La buona notizia è la Settimana della Moda di Milano termina (un po’ in sordina) oggi.
Il problema è che adesso non mi ricordo nemmeno più come mi chiamo (per fortuna che ho sto dominio come reminder).
Ma nel frattempo scompare (sta per) il pulsante dello Share su Facebook (da TamTammy).