Siamo gli instancabili pionieri (dello sconosciuto)

Quando si dice che sono passati secoli. Ok, sono passati. Aggiornerò la bio prestissimo (e anche il post sulle regole del community management, anche se ormai dovrebbero essere ben più che condivise) ma nel frattempo fatemi dire che.

A quarantuno anni suonati ho scoperto lo spazio.
L’ho scoperto una sera per caso, a casa di un amico. “Fra poco passa la ISS, guardiamola”. E così io e lui a penzoloni sul davanzale a cercare nel cielo una luce fissa veloce veloce che solcasse il cielo per pochi minuti. E poi aspettare il giorno dopo. E il giorno dopo ancora, albe, mattine, sere, notti, appena si riesce, appena si può. Ma quando si può, si può: al mare, in vacanza, in collina, in città. Un saluto veloce, un respiro e poi di nuovo nelle proprie faccende affaccendarsi.
Dopo 10 minuti dal mio primo passaggio della ISS sopra il cielo di Assago, coi lucciconi agli occhi, avevo già installato la app per le notifiche dei passaggi, ero diventata follower degli astronauti su Twitter e stavo già chattando con gli amichetti per dire loro l’emozione che avevo provato. Ed ero per lo più incompresa.
Oggi mi sono emozionata per l’accometaggio del Philae Lander, emozionata come una ragazzina, guardando Andrea Accomazzo emozionarsi e “boldly go where no man has gone before” (cit.). Lo scrivevo agli amichetti. Ed ero per lo più incompresa.
Ok devo evidentemente cambiare amici.

Ok, io sono nota come drama queen e assolutamente facile all’innamoramento delle cose che non si fila nessuno, in una parola: sono una nerd.
Ma se sono innamorata dello spazio, secondo me lo sono (anche) per empatia nei confronti di chi fa quel lavoro a causa del lavoro che faccio io: che è il lavoro dell’imponderabile, dello sconosciuto, della dimensione che non ha regole.
Dove un messaggio lanciato in un non luogo può funzionare sì, ma anche no, e devi essere sempre allerta, sì, ma con misura.
Puoi svegliarti un giorno e scoprire che una cosa importante poteva andare (decisamente) meglio ma che non è un problema: recuperare (bene) sarà un tocco da maestro (chapeau).
Dove devi metterci pasione ma non devi aspettarti nulla, che quando poi accade puoi solo sorridere ed esclamare “oh, cazzo”, come ha fatto Andrea Accomazzo stasera.
A volte sperimenti cose nuove e non sai se funzioneranno, o lo saprai con un delay di 28 minuti. O non lo saprai mai.
A volte proveranno a dirti che è tutto un complotto, oppure un gioco da bambini. E forse lo è, ma è il tuo pallone, e finché nessuno te lo buca (ma deve provarci) vuoi continuare a calciarlo forte sul muro della sagrestia durante l’ora di religione. Anche solo per dare fastidio.
E tutte le volte, sai che lo stai facendo con passione, con la tigna di chi ama quello che fa, di chi ha voglia di innovare, di proporre una (mini) rivoluzione lo farai con l’incoscienza (un po’) di chi sta provando a fare una cosa che “no man has done before“.

Siamo pionieri, early adopter, scienziati, matti. E siamo quelli che lavorano qui, spesso dietro le quinte, per mandare qualcuno lassù, a vedere l’effetto che fa.

Frank e il segreto di Pulcinella

Una delle cose che mi ossessiona di più in questo periodo è la questione della riservatezza.
Dei dati, delle nostre conversazioni, dei nostri pensieri.
E il rispetto. Dei dati, delle nostre conversazioni, dei nostri pensieri.
E dei nostri segreti.

Lui, Frank Warren, ne ha fatto un lavoro (ads free) e ne parla in questo video di TED (se non sapete cos’è… cliccate qui!).

Nello speech risulta piuttosto evidente come sia possibile rispettare l’altrui privacy condividendola con tutti.
Che il segreto di Pulcinella sia un modello che funzioni anche per altri valori?

(thru Luca)

Perché io valgo (30 dollari).

Instagram ha venduto il mio account a Facebook, ieri, per 30 dollari.
Mica male, tutto sommato, tenendo conto che uso Instagram da meno di una settimana (cioè da quando – guarda caso – hanno rilasciato la versione per Android).
Probabilmente le mie foto su Flickr vendute a Yahoo a un certo punto valevano molto di più e hanno avuto una quotazione molto più bassa.

Sono preoccupata per l’acquisizione? No.
Scandalizzata? No.
Farò ostruzionismo? No.
Sono onorata? Un pochetto sì.

Il fatto che qualcuno investa soldi su quello che faccio io, proattivamente, sulle mie passioni, sulla mia socialità, sulle mie capacità, è tutto sommato imprevisto: lo fanno (spesso) i datori di lavori, ma molto più raramente semplici sconosciuti (che possono permetterselo, beati loro).
Capace che prima o poi paghino direttamente anche me per averli prodotti quei contenuti. Manca (in teoria) davvero pochissimo.

Vuoi attirare l’attenzione? Chiedimi come.

Ieri sera tornavo a casa un po’ stanca e un po’ sovrappensiero. Quando mi capita di essere così, mi piace camminare. Sono scesa a una fermata prima della metropolitana e ho percorso il vialone che mi porta a casa, un po’ rimuginando, un po’ facendo piani A, un po’ rivalutando piani B.
A un certo punto mi sono trovata a un incrocio a dare (in contemporanea)  la precedenza a un passeggino, far passare dei bambini che correvano e a evitare la furia di una signora che stava attraversando di fretta.
Mentre mi voltavo per far spazio a tutti, il mio occhio è caduto sulla spilla mimetizzata sulla maglietta a righe di una ragazza sudamericana: Vuoi perdere peso? Chiedimi come.
Non devo – credo – stare qui a spiegarvi di chi sia l’iniziativa ed è lontanissimo da me il pensiero di propinarvi i prodotti in questione.
Quello che so è che – però – quella pin (tecnologia 0.1 a un costo bassissimo, ormai superata e arcaica) ha superato qualsiasi ostacolo visivo e di attenzione (ero in mezzo a un incrocio, stavo cercando di non sbattere contro nessuno e il mio principale obiettivo era che nessuna macchian sbattesse contro me).
Altro che banner blindness.

Questo l’ho scritto io.

Ognio tanto mi capita di scrivere per Girl Geek Life: l’ho fatto anche oggi.

Innanzitutto, partiamo dalle basi: cosa significa trasferire un blog?
Significa che procedete al trasloco del nostro blog da un servizio di hosting (per esempio, Aruba o Dreamhost) a un altro.
Questo potrebbe accadere per svariati motivi: per un’offerta migliore, per una mancanza nel servizio, per un’opportunità. Resta il fatto che tutti, più o meno, un giorno decidono di cambiare hosting, domani potrebbe capitare a voi.
Avendo aperto il mio primo blog nel 2002 e non avendone (quasi) mai perso tracce in Rete, nonostante il cambio di almeno 4 hosting, mi posso considerare se non proprio un’esperta di trasferimento dei blog, quanto meno una che ci ha provato, sbagliando molto, ma anche con discreti successi.

La vera (e completa) spiegazione di come fare è opera (massima) di Andrea Beggi, che ne ha parlato all’ultimo WordCamp di Milano, con dovizia di particolari. Io mi limito solo a darvi due o tre dritte dettate dal buon senso, che vi suggerisco di tenere a mente. Per i tecnicismi vi rimando alla presentazione di Andrea (che trovate in fondo al post)!

[continua qui]

Basta litigare con le commesse dei negozi!

La Corea è uno dei paesi con il più elevato commuting time al mondo.
Questo significa non solo che il mercato dei contenuti online (soprattutto video) è molto più alto che altrove, ma anche che le persone devono ottimizzare moltissimo i tempi cercando di sfruttare al meglio i tempi morti dei viaggi quotidiani.

In questo video si spiega come Tesco abbia conquistato una grandissima parte di mercato GDO proprio in Corea.

Voi fareste mai shopping così? Io, forse, sì.


(grazie a Stefigno per il link)